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Il “miracolo” nella “Ricerca sull’intelletto umano” di Hume

a cura di Alberto Rossignoli

tillotson

L’esposizione del filosofo inglese inizia con un riferimento al dottor John Tillotson, noto predicatore protestante, vissuto tra il 1630 ed il 1694, nonché ardente avversario della chiesa cattolica, nominato arcivescovo di Canterbury da Guglielmo III: secondo quel dotto prelato, l’autorità della Sacra Scrittura e della tradizione si fonda sulla testimonianza degli apostoli, testimoni oculari dei miracoli operati da Gesù (aggiungo io, nell’ipotesi che siano fatti realmente accaduti). Cosa ne deriva da ciò? Null’altro se non che l’evidenza cui i credenti si rifanno per le verità della religione cristiana non si fonda sull’autorità dei sensi del credente, ma sulla (presunta) autorità dei sensi di voci antiche, con quanto ne deriva in termini di credibilità personale e storica, come si dirà nel prosieguo. Si profila così un rapporto dialettico, che ci accompagnerà per tutta l’esposizione, tra “fede” e “conoscenza sensibile” . Pur ergendo il senso e l’esperienza come guide mediante le quali analizzare l’aspetto miracoloso non soltanto della religione cattolica ma un po’ di tutte le religioni del mondo e della storia, il filosofo inglese riconosce tuttavia che questa guida non sarebbe infallibile, infatti, non è detto che necessariamente, secondo Hume, determinati effetti, come un osservatore si aspetterebbe, seguano altrettanto determinate cause. Infatti, comunemente un osservatore considera come prova la propria passata esperienza: in base ad essa, egli prevede che un dato avvenimento accadrà. In altri casi, invece, deve soppesare attentamente gli esperimenti al fine di vedere la tendenza dei risultati ottenuti: ne risulta in tal modo un certo grado di probabilità. Quest’ultima, pertanto, presuppone l’esistenza di esperimenti e osservazioni che danno accesso ad un grado di evidenza (proporzionato alla superiorità o meno della probabilità) che condizionerà il giudizio dello studioso. Ad ogni modo, in ambito probabilistico, secondo David Hume, si deve assumere come regola generale quella di valutare attentamente gli esperimenti e i risultati ottenuti, al fine di quantificare numericamente i risultati qualificati come “positivi” e, di contrasto, quelli qualificati come “negativi” , e sottrarre il numero minore dal maggiore, per poter conoscere la forza della probabilità in merito a quel dato evento. Tuttavia vi è un’altra massima, di grande importanza poiché è tra i fondamenti della filosofia della scienza humeana: quanto di osservabile empiricamente non ha alcuna connessione in esso che si possa scoprire; quanto si può trarre come inferenza si fonda soltanto sull’esperienza della loro connessione regolarmente osservata. Pertanto, come asserisce Hume, non è possibile fare alcuna eccezione a tale massima in merito alle testimonianze umane in ambito miracolistico. Perché? hume L’evidenza che qualcuno è stato testimone oculare (e dunque potenzialmente attendibile) di un evento miracolistico è data soltanto dall’esperienza passata ed è considerata una prova (con un certo grado di probabilità) soltanto se vi è una connessione tra il resoconto e l’oggetto: in breve, se il testimone racconta la verità e non una pietosa bugia che si era precedentemente preparato. Ora, è chiaro che un pazzo e/o un mentitore incallito non possono e non devono godere di nessuna autorità. E nel caso di narrazioni di storici? Viene attribuito credito alla loro testimonianza non a priori, ma in virtù di una certa conformità tra quanto viene esposto e la realtà: nel caso degli eventi miracolistici, detta conformità viene a mancare, proprio perché il miracolo è un evento che contrasta in maniera evidente con le leggi di natura. Altra cosa, nondimeno, è che il miracolo non è un qualcosa che accade sovente, altrimenti perderebbe il suo carattere sensazionale e sarebbe un mero evento naturale: il miracolo è in contrasto dialettico con l’esperienza uniforme. Come conseguenza di ciò, l’autore espone una massima (che riporto fedelmente) che sarà di aiuto in vista di un’analisi globale del miracolo: «Non c’è testimonianza sufficiente a stabilire un miracolo, a meno che la testimonianza sia di tal genere che la sua falsità sarebbe più miracolosa del fatto stesso che essa si sforza di stabilire; ed anche in questo caso c’è una reciproca distruzione di argomenti e soltanto la parte superiore ci dà una sicurezza conforme a quel grado di forza che rimane, una volta che ne sia dedotta la forza della parte inferiore» : dunque, è possibile dare credito alla narrazione di un evento miracoloso solo se la falsità della narrazione stessa fosse ancor più straordinaria della narrazione stessa, tale per cui è praticamente impossibile non credere al resoconto. Nel prosieguo, tuttavia, il filosofo ribalta in parte quanto in precedenza asserito, e il suo tono si fa ancor più risoluto: afferma cioè che nessun miracolo può godere di credibilità, in virtù di tutta una serie di considerazioni teoriche che si andrà qui ad esporre. Procedendo con ordine e con fedeltà alla fonte:

1) Analizzando globalmente la Storia « non c’è modo di trovare […] qualche miracolo affermato da un numero sufficiente di uomini, di tale indiscutibile buon senso, educazione e cultura da garantirci contro tutte le delusioni nei loro riguardi»

2) Basandosi sull’osservazione del comportamento umano, è possibile rilevare un principio di carattere generale in base al quale l’uomo assume un determinato atteggiamento nei suoi ragionamenti: «La massima, secondo la quale di solito ci comportiamo nei nostri ragionamenti, è che gli oggetti di cui non abbiamo esperienza assomigliano a quelli di cui abbiamo esperienza; che ciò che abbiam trovato che era più usuale è sempre più probabile; e che, se ci fosse una opposizione di argomenti, noi dovremmo dare la preferenza a quelli che risultassero fondati sul maggior numero di osservazioni passate» , dunque, attenzione rivolta verso l’esperienza e su comprovate e multiple osservazioni, tenendosi alla larga da sensazionalismi e prediligendo l’amore per il vero al desiderio di notorietà a qualunque costo;

3) Inserendo nel discorso delle osservazioni di tipo antropologico, il filosofo rileva che «costituisce una forte presunzione contro tutti i racconti soprannaturali e miracolosi, il fatto che essi si trovano in abbondanza principalmente tra popolazioni ignoranti e barbare; o, se un popolo civile ha dato accoglienza a qualcuno di essi, si troverà che quel popolo li ha ricevuti da antenati ignoranti e barbari, i quali li hanno trasmessi colla sanzione e coll’autorità inviolabili che sempre accompagnano le opinioni invalse» ; aggiungendo altresì nelle righe successive il suo biasimo verso certa inclinazione verso il meraviglioso cui già si accennava, inclinazione che dovrebbe essere mitigata (meglio se cancellata) dalla regione;

4) Sempre riguardo all’autorità dei prodigi, con un discorso di natura globale che abbraccia un po’ tutte le religioni, Hume scrive che «Ogni miracolo […] che si pretende sia stato compiuto in una di queste religioni (e tutte abbondano di miracoli), come ha per suo scopo diretto quello di conferire stabilità al particolare sistema cui viene attribuito, così ha la stessa forza, per quanto più indirettamente, di demolire ogni altro sistema. Nel distruggere un sistema antagonista, esso distrugge del pari il credito di quei miracoli sui quali quel sistema era fondato; così che tutti i prodigi delle differenti religioni debbono esser considerati come fatti in opposizione gli uni cogli altri, e le evidenze di questi prodigi, per quanto deboli o forti, come opposte l’una all’altra» ; dunque, data una certa funzione politico-dialettica del miracolo, nell’ambito dei rapporti tra le diverse religioni, questa peculiarità, che assurge a finalità della stessa propagazione dell’evento miracolistico, contribuisce in maniera rilevante alla perdita di credibilità del miracolo stesso.

Sulla base di quanto esposto, l’autore conclude, lucidamente, che «nessuna testimonianza intorno ad un genere qualsiasi di miracolo è mai assurta a probabilità, molto meno a prova; e che, anche supponendo che assurgesse a prova, questa si troverebbe di contro un’altra prova derivata dall’effettiva natura del fatto che essa si sforza di stabilire» , ne nascerebbe insomma un groviglio di prove e contro-prove da non uscirne più. Alla luce di tutto ciò, come pacatamente afferma nelle righe successive il filosofo inglese, soltanto l’esperienza può dare credibilità ad una testimonianza e alle leggi di natura, facendo dunque perdere di credibilità l’evento miracoloso in sé, in quanto evento non usuale e in palese contrasto con le leggi di natura osservate ripetutamente (anzi, più ripetutamente) dell’evento miracoloso. Anzi, aggiunge Hume, è più facile credere alla pazzia, alla malafede, alla falsità di qualche uomo piuttosto che ammettere una rilevante violazione delle suddette leggi di natura. E ancora: anche se il miracolo viene ricondotto al Divino, ciò non cambia punto i termini della questione, infatti « ci è impossibile conoscere gli attributi o le azioni di un tale Essere altrimenti che in base all’esperienza che abbiamo delle sue produzioni nel corso abituale della natura» . Il guaio è che proprio la nostra religione è fondata non sulla ragione, ma sulla fede ed è pertanto maggiormente esposta alla creduloneria e all’azione di persone che diffondono falsità solo per acquisire notorietà. Pertanto, tirando le somme, il cristianesimo, nel corso della sua storia, è sempre stata accompagnata da miracoli e lo sarà fintanto che esiste, poiché il miracolo stesso è parte integrante di essa; tuttavia, afferma il filosofo con una certa ironia, è altresì un miracolo che un uomo si spinga al punto di « decidere di credere a ciò che è sommamente contrario alla consuetudine ed alla esperienza» . Con l’intenzione di stimolare un certo dibattito in merito alla questione, invito comunque i lettori ad aprirsi ad una serena, costruttiva, pacata e lucida riflessione su detta tematica, come, del resto, è auspicato dalle parole di Hume.

Fonti:

D. Hume, “Ricerca sull’intelletto umano”, traduzione di Mario Dal Pra, introduzione di Eugenio Lecaldano, Laterza, Roma-Bari 2004.

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