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La società patriarcale e la Dea Madre

a cura di Alberto Rossignoli

Già intorno al XVII secolo i viaggiatori iniziarono a far trapelare voci e prove che la struttura sociale patriarcale europea probabilmente non era l'unica forma possibile di società umana. Il primo a proporre una teoria di cultura primitiva dominata dalle donne fu Johann Jacob Bachofen, filologo svizzero, che nel 1861 scrisse "Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici" (Einaudi, Torino 1988). Stando a quanto ipotizza Bachofen, ad un certo punto, nel lontano passato, le donne si ribellarono contro una precedente epoca in cui vigeva la sottomissione sessuale e instaurarono così il matriarcato mediante l'istituzione di un matrimonio e questo mondo di "amazzoni" si sviluppò a sua volta nella società patriarcale di allora come la si conosce. La più antica e chiara attestazione dell'esistenza di società di stampo patriarcale venne alla luce nella prima metà del XX secolo, quando gli archeologi rinvennero innumerevoli statuette femminili, forse rituali, nei siti megalitici praticamente in tutto il mondo: figurine del Paleolitico e del Neolitico con le parti anatomiche tipicamente femminili alquanto accentuate. Alcune erano in posizione seduta come fossero su un trono o su un altare, oppure avevano teste di animale, spesso per rappresentare una divinità; altre erano attorniate da uova e animali (simboli di fertilità), o raffigurate nel momento del parto. A partire dagli anni Cinquanta del Novecento, diversi storici delle religioni e antropologi iniziarono a sostenere l'ipotesi attraverso la rilettura di miti di uomini che avevano scardinato e rovesciato il potere femminile, miti particolarmente in voga in Australia, Melanesia, Africa e bacino del Rio delle Amazzoni. Alcuni parallelismi nella cultura indoeuropea: nella concezione religiosa di minoici, etruschi e antichi greci, per esempio, esistevano elementi di culto di una dea o della natura, mentre al grande e noto santuario di Apollo erano collegate leggende di sacerdoti maschi che avevano assunto il controllo dell'oracolo femminile e non manca chi abbia tentato di dimostrare che tutte le varie divinità femminili adorate in tutta l'area del Mediterraneo rimandavano in realtà ad un'unica Grande Dea o Dea Madre. Analogamente, nell'Induismo si pensa che le numerose divinità femminili facciamo riferimento a un'originaria Devi, denominata a volte Ekakini, l'Unica. Le culture di molte popolazioni "tribali" dell'India contengono elementi di una società di stampo patriarcale e culto della dea, anche se variamente mescolati e soffocati da credenze patriarcali, forse di origine "ariana" più tarda. Alcuni storici del giudaismo sostengono che in passato gli israeliti adorassero una dea, Asherah. In Arabia talora si ritrova una descrizione del trionfo dell'Islam come vittoria su una triade di dee.

Più controversa ancora sarebbe la prova tratta dalla moderna antropologia.

Si è scoperto che molte società contemporanee di cacciatori-raccoglitori intratterrebbero rapporti tra i sessi abbastanza emancipati, in contrasto con la diffusa concezione dell'uomo cacciatore e padrone-dominatore. Pertanto, fu forse quando la popolazione divenne stanziale in una società rurale che gli uomini incominciarono a dominare-tiranneggiare le donne. Tale concetto è strettamente legato ad una supposizione alquanto sospetta (probabilmente razzista), secondo cui le moderne società di cacciatori-raccoglitori siano più "primitive" e più simili nella cultura agli esseri umani primigeni. Coloro che non condividono la teoria della dea propongono altre spiegazioni alternative per tutte quelle statuette paleolitiche e neolitiche. Potrebbe trattarsi di materiale pornografico, ludico, di sussidio all'educazione sessuale, o anche di autoritratti, come asserisce lo storico dell'arte LeRoy McDermott, il quale sostiene inoltre che le deformazioni anatomiche non si riferirebbero tanto ad un rituale della fertilità quanto piuttosto alle note paure femminili relativi ai depositi adiposi su cosce e glutei. Si tratterebbe tuttavia soltanto di congetture. In ogni caso, alcuni archeologi ritengono che vi siano altrettante figure maschili, di sesso non bene determinato e di animali. E del resto perché presupporre una Grande Dea quando ci potrebbero essere diversi altri tipi di divinità? Altri fanno notare che le statuette femminili potrebbero stare ad indicare l'esistenza di un rituale di fertilità assai diffuso e che il rapido tuffo nel culto della Dea in tutta l'area europea altro non sarebbe che una sorta di discriminazione sessuale al contrario, e nulla più. Quanto all'attingere da miti indoeuropei per successivi per scoprire quelli precedenti, come giustamente dicono, lascio al lettore la bontà e l'intelligenza per giudicare questo atteggiamento. Il personaggio che davvero elaborò la teoria della Dea fu Marija Gimbutas, docente di Archeologia all'Università della California di Los Angeles per circa un quarto di secolo. La Gimbutas elaborò la sua ipotesi principale sulle origini delle popolazioni indoeuropee e praticamente inventò la disciplina che lei avrebbe battezzato "archeomitologia". Nel 1974 pubblicò "Goddesses and Gods of Old Europe" e l'editore mutò il titolo in "Gods and Goddesses of Old Europe" . Ora, secondo la Gimbutas, improvvisamente i bellicosi indoeuropei, società patriarcale, invasero la pacifica Europa paleolitica e neolitica ove viveva una concezione della società orientata in senso matriarcale. L'Europa ereditò gran parte delle concezioni religiose degli invasori, tuttavia gli elementi basilari del culto della Dea ebbero modo di sopravvivere clandestinamente e nei racconti popolari, lasciando centinaia di migliaia di statuette femminili come prova delle credenze dominanti un tempo nell'antica Europa. Effettivamente il dibattito sul lavoro della Gimbutas è a tal punto politicizzato che alcuni archeologi sostengono di non poterne neppure accennare, temendo di venir tagliati fuori. Tuttavia, mentre è vero che gli archeologi maschi che propongono teorie altrettanto audaci hanno riscosso ammirazione o, come minimo, indulgenza, parecchi archeologi disdegnano qualunque interpretazione o ipotesi sulle credenze socio-religiose che siano più o meno incentrate sulle divinità femminili.

Si sa nondimeno che anche le femministe si sono coalizzate contro la teoria della Dea. La studiosa delle religioni Cynthia Eller la vede come una bugia, seppur nobilitante per le donne, che alla fine non favorisce il femminismo in quanto sottoscrive l'idea di società che procedono naturalmente verso una "avanzata" organizzazione patriarcale; oppure, come asserisce la storica femminista Gerda Lerner, non servirà a nulla la creazione di miti consolatori-compensatori per affrancare le donne del presente e del futuro. A mio modesto parere, la ricerca sulle Origini non deve essere assolutamente inquinata da dibattiti pseudo-politico-sociali basati su categorie create dal pensiero contemporaneo, come qui è avvenuto: avrò comunque modo di esporre più compiutamente il mio pensiero e le mie vedute in futuri scritti.

Fonti:

James McConnachie - Robin Tudge, Complotti e cospirazioni, Antonio Vallardi Editore, Milano, 2005.

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